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Chi Siamo

Giulio Ravizza, Miriam Camerini, Martino Vannucchi

Siamo tre professionisti milanesi provenienti da mondi distanti tra loro. Miriam Camerini è regista e studiosa di ebraismo, Giulio Ravizza lavora nel mondo della pubblicità e Martino Vannucchi guida la Business Intelligence di un importante gruppo bancario. Ecco perchè ciascuno di noi ha deciso di imbarcarsi nell’avventura di avviare un teatro.

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Per me tutto cominciò quando, l’estate scorsa, portai il manoscritto del romanzo al quale stavo lavorando a Miriam Camerini. Ero rimasto folgorato dagli spettacoli che aveva diretto in vari teatri italiani, per cui mi feci coraggio e le chiesi “Secondo te quello che ho scritto si può mettere in scena”? Ancor prima che mi rispondesse affermativamente e che si offrisse di gestire la sceneggiatura, fece una riflessione che mi colpì. “E’ un testo molto ebraico, il tuo”. Dinnanzi al mio sopracciglio alzato e al mio scetticismo, mi inviò i commenti in aramaico ad un gruppo di versi della Genesi. Rimasi di stucco. Il romanzo di un non ebreo, pensato come riflessione contemporanea sull’umanità dell’Homo Social, non faceva che investigare gli stessi temi di quelle note scritte migliaia di anni fa. La necessità di preferire il male al bene, il rapporto tra l’infelicità e l’uomo, la mediazione tra mistero e coscienza: c’era tutto. Ho voluto raccontare questo aneddoto per contestualizzare ciò che, da laico, penso della cultura ebraica, ovvero che è sostanzialmente un contenitore. Un contenitore che però, a differenza di altri, si adatta a qualsiasi tipo di contenuto. Proprio in virtù di questa straordinaria duttilità plastica, l’ebraismo può essere il filo rosso che, quando si pensa ad un soggetto teatrale, permette di far dialogare un agnostico trentenne con un esegeta, un eroe misterioso come Shushani con un adolescente della generazione Z, Brecht con Pinocchio, Leoncavallo con un manifestante per i diritti civili. Le mie intenzioni con questo teatro sono proprio quelle di innescare la scintilla di un dialogo. Un dialogo nuovo, che stupisca, scandalizzi e che sia sorgente di riflessioni primigenie.

Giulio Ravizza

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L’ambizione è di far nascere il primo teatro stabile di cultura ebraica in Italia. Partner di Golem Theatre, realtà ungherese con cui collaboriamo già da tempo e giunta al decimo anno di attività. La cultura degli ebrei è stata, per secoli, sinonimo di scambio, trasporto, circolazione e traduzione di idee attraverso luoghi e civiltà. Gli ultimi decenni, anche a seguito della Shoà e della nascita dello stato di Israele, hanno visto le comunità ebraiche, quella milanese inclusa, rivolgere la propria attenzione prevalentemente verso l’interno. Crediamo che i tempi siano maturi per una riapertura al mondo, perché un centro di cultura ebraica sia prima di tutto un luogo di incontro, dialogo e confronto.

Miriam Camerini

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Il progetto del Teatro Tra i due Soli affonda le sue radici nella riscoperta della cultura ebraica in un momento storico e sociale in cui il dramma dell’olocausto, a lungo tratto distintivo della cultura ebraica contemporanea, ha necessariamente iniziato ad essere affiancato da altre esperienze che meritano di essere raccontate e vissute. La narrativa che il teatro vuole proporre è quella di una cultura ebraica viva e contemporanea, consapevole del resto del mondo e interessata a contribuirvi.

Martino Vannucchi